L’Olandese volante

More than a watcher…

Terrore politico

Indro Montanelli ha detto:
«No. Travaglio non uccide nessuno. Col coltello. Usa un’arma molto più raffinata e non perseguibile penalmente: l’archivio»

Sabato sera, Marco Travaglio era a Che tempo che fa di Fabio Fazio. L’avrete sentito. E avrete sentito soprattutto le indignazioni di cui ci hanno bombardato i giornali e i telegiornali. In modo approssimativo, come al solito, e addomesticato. I «Povero Schifani, lo prendono tutti in giro» si sono sprecati in un muro bipartisan di difesa del presidente del Senato.

Chi ha seguito Travaglio sabato sera (e io ero fra questi) sa bene cosa ha detto Travaglio. Chi non l’ha seguito, può vedere questo video.

Andiamo con ordine, e vediamo cosa ha detto Travaglio di Renato Schifani.

Innanzitutto, si è chiesto che cavolo c’entri Schifani con i suoi predecessori. Wikipedia ci presenta un bell’elenco di nomi, e sono tutte persone con curriculum rispettabili, a cominciare da Bonomi per arrivare a Marini, anche se negli ultimi quindici anni i presidenti mi sono sempre apparsi fuori luogo. Travaglio, non a caso, ha parlato di parabola discendente. Di Schifani avevo già parlato qualche giorno fa, e avevo detto, in due parole, che non c’azzeccava un cavolo con il ruolo di seconda carica dello Stato. E ho dato una spiegazione razionale. Guarda caso, non ho parlato di mafia (non perché non lo sapessi, ma perché ho voluto parlare solo della sua attività “istituzionale”). Qualcuno si è scandalizzato per la battuta sulla muffa e il lombrico: ma andiamo, assistiamo a cose ben peggiori a cominciare da politici che si sputano in faccia e mangiano mortadella (probabilmente andata a male, visto che è rimasta fuori dal frigo per molte ore) e stappano champagne. Qua si sta cercando solo un modo per sotterrare Travaglio dietro un falso scandalo.

Poi parla di informazione addomesticata, perché giornali e telegiornali (e televisione) vanno sullo stesso piano, mostrano le stesse informazioni e le stesse notizie. Mancano le notizie? La risposta è no. Io seguo la BBC e scrivo su varie Wikinews: le notizie ci sono eccome, spesso ci sono notizie che riguardano l’Italia, quindi che CI riguardano, ma scompaiono nel nulla nel momento in cui si tratta di accendere la TV o di aprire un giornale. Il caso italiano, infatti, è un’anomalia colossale, cui però ci siamo abituati: su nove televisioni nazionali, spesso se ne prendono solo sei. Tre di queste sono le televisioni Mediaset, di proprietà di Berlusconi, un politico. Le altre tre sono quelle della RAI, che sono governate da un Consiglio di Vigilanza composto da politici, da un Consiglio di amministrazione nominato da politici e da un authority per le telecomunicazioni, i cui vertici sono nominati di comune accordo dai presidenti delle Camere, ovvero altri politici (fra i quali c’è anche Schifani). Dunque sei televisioni, la maggiori a livello nazionale, sono governate da politici. Pensate il contrario? Pensate che siano indipendenti? Non resistereste un minuto all’estero, dove le televisioni sono libere per davvero. Sareste indignati perché, udite udite, c’è troppa libertà. Il lavaggio del vostro cervello è compiuto. E neppure ve ne siete accorti.

Prendiamo alle aggressioni di Roma. Prima del ballottaggio sembrava ci fosse un’aggressione al giorno, per due settimane siamo stati bombardati da notizie del genere, associate alle esternazioni dei politici che parlavano di problema sicurezza. Negli ultimi quindici giorni, neanche più un’aggressione. Non avvengono più? No, semplicemente non servono più, non fanno più notizia. Strano? Sì. Ma non in Italia. Poi rompono le scatole per settimane, a volte per anni, indagando ogni singolo capello dei delitti di Cogne, di Garlasco, di Erba, speciali, controspeciali, indagini, controlli incrociati, roba che Gil Grissom impallidirebbe. Ma quando si tratta di processi e indagini a carico di politici tutto cambia: si dà la notizia, seguono le esternazioni di politici a riguardo. Il giorno dopo è già finita. Se i giornali facessero sempre come coi delitti privati, oggi avremmo un Parlamento pulito e un’Italia decente.

Poi travaglio riflette sul ruolo del giornalista. E torna in campo Schifani: Schifani ha avuto documentate amicizie con persone condannate definitivamente per mafia. Ma nessun giornalista l’ha detto. Magari hanno raccontato vita, morte e miracoli di Schifani, ma hanno taciuto di quei trascorsi. Forse non lo sapevano? Impossibile: dopo neanche mezz’ora la notizia è apparsa su Wikipedia. E c’è rimasta, essendo documentata da fonti.

Poi si è parlato di necessità di contraddittorio. Una stronzata del genere non merita nemmeno di essere commentata: posso solo dire che il contraddittorio deve esserci fra politici chiamati a scegliere fra bianco, nero e grigio, non coi giornalisti, che devono solo dire la verità. Può esserci mai contraddittorio fra verità e falsità?

Ma il vero spettacolo è cominciato il giorno dopo. Tutti, da destra a sinistra, hanno attaccato Travaglio e Fazio. Nessuno invece si è posto un minimo dubbio sulla veridicità del fatto. Lo stesso Schifani ha dribblato la questione, dicendo: «Si tratta di fatti inconsistenti o manipolati che non hanno nemmeno la dignità per generare sospetto». Che cavolo vuol dire ’sta frase? Il sospetto lo generano eccome. Perché non dire «Non ho mai avuto rapporti con quelle persone»? Perché non cercare, almeno, di minacciare una querela per diffamazione? In un mondo civile si fa così se uno dice cose tanto gravi e non sono vere. Il mio sospetto è che in un’eventuale processo, Schifani perderebbe, e allora sarebbe noto a tutti che Schifani ha avuto amicizie con persone condannate per mafia. Magari dovrebbe dimettersi (ma dubito). Troppo pericoloso. Meglio lasciare perdere e frignare come dei mocciosi.

Ok, il PdL si è schierato compatto con Schifani, ed è ovvio. Ma perché anche il PD? Ovvio. Anche il PD non è lindo e profumato, e qualcosa da nascondere ce l’ha. Mio padre, da sempre a sinistra, mi ha detto due cose molto significative negli ultimi mesi. La prima è: «Sono trent’anni che sappiamo di questi scandali, di quanto guadagnano i politici e di quanti processi hanno subito. Ma dopo un po’ si ci fa l’abitudine». La seconda era una risposta alla mia domanda su «Perché il PD non caccia quelle persone che sono state condannate per corruzione, tangenti e compagnia bella?». La sua risposta fu spiazzante: «Perché sono quelli che fanno vincere le elezioni». A questo punto, mi pare ovvio che il PD difenda subito Schifani: qualcuno potrebbe aprire gli armadi del PD e trovare tanti scheletri. Travaglio potrebbe tornare in tv e dire cose vere, ma che sarebbe meglio non far sapere, su un D’Alema, un Fassino e compagnia cantante. Una mano lava l’altra, e il PD e il PdL lavano la faccia. Lo stesso Travaglio, d’altro canto, sempre a Che tempo che fa, aveva esplicitamente detto che per fare carriera in politica devi essere ricattabile, devi avere degli scheletri nell’armadio. E gli scheletri ci sono, molti sono documentati, ma in tv non ci passano.

Travaglio si documenta, cerca delle fonti, indaga, come dovrebbe fare un giornalista vero: è per questo che fa terrore ai politici: è il terrore per la verità.

12 Maggio 2008 Pubblicato da tooby | Politica, Sociale | , , , , , , , , , , , , , , | 2 Commenti

Lista nuova, vita vecchia

Come molti sapranno, Silvio Berlusconi è diventato il nuovo presidente del Consiglio italiano. Ieri aveva presentato una lista di ministri che a me è parsa abbastanza particolare. Vediamo alcuni esempi (tratti dalle relative voci su Wikipedia):

  • Roberto Maroni è il nuovo Ministro dell’Interno. Maroni, politicamente, è della Lega Nord, partito che da sempre chiede la secessione: questo mi rende perplesso riguardo il problema “Qual è l’Interno per un secessionista?”. La risposta più ovvia mi sembra la Padania. Maroni è stato inoltre condannato definitivamente per resistenza a pubblico ufficiale: mi pare quindi abbastanza coerente porlo al vertice di una struttura cui fa capo la Polizia di Stato;
  • Franco Frattini è il nuovo ministro degli Esteri. Talmente europeista da essere stato censurato dal Parlamento europeo per avere attaccato la libertà di circolazione all’interno della UE;
  • Giulio Tremonti è il nuovo Ministro dell’Economia. Un ministro sentimentale, oserei dire, visto che ieri sera ha affermato davanti a Gianni Minoli che «l’economia non è così importante». Spicca per il fatto che chiede nazionalizzazioni in un momento in cui l’Europa ci chiede più liberalizzazioni. Sono d’accordo con lui quando parla di intervento pubblico nell’economia in generale, ma questo vale per altri Paesi, non per l’Italia, dove c’è il problema opposto. Ma ha una certa tendenza a sentirsi onnipotente, e dubito capirà. In due parole: idee buone, intenzioni sbagliate;
  • Ignazio La Russa è il nuovo ministro della Difesa. Se non guardo a motivazioni riguardanti la spartizione delle poltrone, non riesco a capire perché debba farlo lui;
  • Angelino Alfano è il nuovo ministro della Giustizia. Siciliano laureato in giurisprudenza, ha all’attivo un bacio ad un boss della mafia. Milita in Forza Italia. Non c’è bisogno di commenti;
  • Mariastella Gelmini è il nuovo ministro dell’Istruzione. Ennesimo avvocato ministro. Una delle preferite di Berlusconi. Non capisco perché abbia avuto questo incarico (sempre tecnicamente parlando);
  • Maurizio Sacconi è il nuovo ministro del Welfare e della Salute. Sacconi ha ricevuto una lettera da Marco Biagi, il quale lamentava la mancanza di una scorta, poco prima che questi venisse ucciso. Che fine abbia fatto quella lettera non si sa: mi pare comunque simpatico che Sacconi occupi il posto già occupato in precedenza da Maroni, il quale scrisse una legge intitolata, ingiustamente, Legge Biagi (poi Legge Maroni, visto che Biagi non c’entrava un ca***);
  • Stefania Prestigiacomo è il nuovo ministro dell’Ambiente. La donna giusta al posto giusto: è figlia di imprenditori che operano nel polo petrolchimico più grande d’Europa, un simpatico esempio di disastro ambientale;
  • Sandro Bondi è il nuovo ministro per i Beni Culturali: Tremonti non farà fatica quando dichiarerà di voler vendere il Colosseo (ma di Bondi abbiamo già parlato, anche se non è finito all’Istruzione, è rimasto fra i ministri);
  • Umberto Bossi è il nuovo ministro delle Riforme. Ha l’idea fissa del federalismo fiscale, non dubito che proseguirà su questa strada anche in questa legislatura (l’ha già affermato), nonostante la proposta sia stata bocciata nel 2006 dal popolo italiano (e bollata sostanzialmente come estremismo dal mio manuale di Amministrazioni Pubbliche - ma questa è un’altra storia). Ah, ovviamente non dimentichiamo che Bossi è stato condannato in via definitiva a otto mesi per avere ricevuto una tangente (la celeberrima maxitangente Enimont), condannato in via definitiva a un anno e quattro mesi di reclusione per vilipendio alla bandiera (aveva affermato che il tricolore lo usava per pulirsi il cu*o), nuovamente condannato in via definitiva per vilipendio alla bandiera (stavolta aveva chiesto a una signora di usare la bandiera per pulire il ces*o), salvato dal carcere prima dall’insindacabilità parlamentare (annullata dalla Consulta), quindi da una legge ad personam che ha derubricato il reato, condannato quindi al pagamento di una multa, che neppure voleva pagare (ma la Cassazione ha detto che deve farlo). Con questo curriculum di tutto rispetto, Bossi ha giurato oggi sulla Costituzione italiana (potete provare la stessa sensazione che ha provato Bossi in quel momento, giurando solennemente su un rotolo di carta igienica);
  • Roberto Calderoli è il nuovo ministro della Semplificazione Legislativa (mi chiedo se sia in grado di pronunciare la propria carica). Di Calderoli ho già detto (basti aggiungere che è indagato per la scalata Antonveneta del 2005 - solo indagato);
  • Raffaele Fitto è il nuovo ministro per gli Affari Regionali. Esponente di Forza Italia, è indagato per corruzione, falso e illecito finanziamento ai partiti. Anche lui salvato dall’im[p|m]unità parlamentare?
  • Mara Carfagna è il nuovo ministro delle Pari Opportunità. Altra preferita di Berlusconi, quanto a pari opportunità, non la batte nessuno: anche lei ha rinfocolato il mito della donna oggetto (di cui la televisione commerciale - Mediaset in primis - si è fatta promotrice), facendo la modella (anche senza veli) e la valletta. Ma dico io, una donna soldato, una top manager, anche una donna che è in politica da anni, non si poteva avere su questa poltrona? Volere pari opportunità, evidentemente, significa volere essere più gnocca. Almeno per Silvio;

Qualche statistica:

  • Dodici ministri su ventuno provengono da Forza Italia: una simile maggioranza fa sì che Berlusconi possa dirigere il Consiglio dei Ministri anche contro la volontà degli alleati (e questo mi fa un po’ rabbrividire);
  • Quattro ministri su ventuno sono donne: il governo Prodi ne aveva sei su venticinque. In percentuale, per Prodi il 24% dei ministri erano donne, per Berlusconi si scende al 19%;
  • Tre donne-ministro su quattro sono di Forza Italia;
  • L’età media per le donne ministro è di 35 anni e tre mesi; l’età media per gli uomini ministro è di 54 anni e due mesi (non ho contato Letta e Bonaiuti, che non sono ministri, ma che avrebbero alzato ancora di più la media-, inoltre eliminando il più vecchio, Silvio Berlusconi, si scende a 53 anni e due mesi, mentre per le donne, eliminando la più vecchia, l’età media scende a 33 anni);

Non so a voi, ma a me questo fatto delle donne ministro preoccupa: niente contro le donne ministro in sé, ma il fatto che in questo governo vi siano vent’anni di differenza fra uomini e donne mi sembra patologico. Si pensi ad esempio che il più giovane degli uomini ministro (Raffaele Fitto, 38 anni) ha appena quattro anni in meno di Stefania Prestigiacomo, la più anziana fra le donne. Mi sembra perlomeno curioso che il detto “Largo ai giovani” valga solo per le donne: gli under 40, fra gli uomini, sono due (su diciassette), mentre le donne under 40 sono tre (su quattro).

A me il sospetto che le donne siano state chiamate a diventare ministro più per ragioni estetiche e per ragioni di attitudine all’essere “richiamate all’ordine” che per competenze. E il sospetto di rafforza se si pensa che tre donne su quattro siano di Forza Italia, e che siano alcune delle (ormai innumerevoli) preferite del Cavaliere (che si diceva amare le donne in posizione orizzontale).

Considerando tutto questo, curriculum e statistiche, il Governo Berlusconi IV non può fare altro che preoccuparmi: se da una parte spero che cada (perché se il buongiorno si vede dal mattino, rischiamo di fare la fine della Birmania), dall’altra mi auguro che duri a lungo e faccia bene, perché il Paese ne ha veramente bisogno.

A dir la verità, ci sono altre alternative; che faccia bene e cada presto e che duri a lungo e faccia male. L’ultima opzione, purtroppo, mi sembra la più probabile.

Speriamo non finisca troppo male…

8 Maggio 2008 Pubblicato da tooby | Politica | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | 2 Commenti

Calderoli ministro? Perché no?

La Libia si è scagliata contro l’ipotesi che Roberto Calderoli torni ad essere ministro della Repubblica, paventando conseguenza catastrofiche. La Lega Araba le ha fatto pacatamente eco (nello stesso articolo Renato Schifani, neoeletto presidente del Senato, richiama a rispettare la Costituzione…fa un certo effetto, visto che Schifani si è battuto affinché venisse ignorata)

Abbiamo capito che la scelta di un ministro è una questione interna, aggiunge Massimo D’Alema, che finalmente sembra avere fatto coming out e quasi quasi dimostra con i fatti e non più solo con le parole di essere dalla parte di Berlusconi.

Quindi, Calderoli ministro? Perché no?

Perché no. Tralasciamo l’episodio delle magliette, un momento vomitevole di per sé, che per fortuna portò alle sue dimissioni, e tralasciamo anche il fatto che con quella sua finezza ha portato alla morte di undici persone (undici Bingo Bongo scimmie cammelliere, per dirlo con il suo vocabolario).

Non dimentichiamo che Calderoli è famoso per ben altre prodezze: come ci ricorda Wikipedia, ha reiterate volte insultato gli omosessuali, che in occasione della vittoria ha esaltato la purezza sanguigna della compagine italica, ricordando che la Francia ha perso perché aveva schierato «negri, musulmani e comunisti» (e i mondiali del 1998? e gli europei 2000? Li aveva vinti schierando Asterix e Obelix?).

Vabbé, che Calderoli insulti i napoletani, è cosa abbastanza normale (qualcuno dovrà pur farlo, visto che Bossi è talmente coerente con le sue idee da cantare allegramente canzoni napoletane); e che chiami Bingo Bongo gli immigrati, ritenendo che essi siano più vicini alle scimmie che agli esseri umani, mi pare una logica conseguenza del fatto che uno non sappia esattamente cosa siano gli esseri umani. Mi è venuto in mente il maiale-day, chissà perché?

Calderoli e l’Europa? Aveva detto che la Lega Nord avrebbe portato a Bruxelles, «popolo di pedofili», un po’ di «saggezza della croce» (ma non era celtico, lui?). E infatti abbiamo visto quanta saggezza hanno portato. Un’altra figura di merda per noi italiani, grazie a questa gentaglia.

E il Calderoli statista? Un mito: Calderoli è l’uomo che ha scritto il Porcellum, la legge elettorale che non ha dato stabilità al Paese, ma solo instabilità all’opposizione tornata al Governo. Un effetto voluto, suppongo, anche perché lui stesso l’ha definita “una porcata”. Visto che l’opposizione è avanti, perché lasciarla governare? La legge elettorale di Calderoli è la ciliegina sulla torta di una campagna denigratoria nei confronti della parte opposta, che dapprima, con Berlusconi, ha rifiutato il risultato delle urne, e che poi l’ha attaccata sui media, erodendone il consenso (a mio avviso in modo ingiusto, visto che le finanze pubbliche sono state parzialmente risanate, ma stranamente nessuno -neanché il centrosinistra, per carità- ha fatto in modo da fare grancassa con questo risultato).

Adesso abbiamo questo prossimo governo e dobbiamo tenercelo. Ma Calderoli ministro, contrariamente a quanto dice D’Alema, non è una questione interna, bensì un problema interno.

E questo a prescindere da quello che dicono gli arabi. Calderoli ministro porterà a conseguenze catastrofiche, ma non per le ragioni che dice Gheddafi.

Da ministro, Calderoli dovrà giurare sulla Costituzione della Repubblica italiana, una Costituzione che con le sue “intemperanze verbali” ha trasformato in carta igienica (a partire dagli articoli 2, 3, 8 e 12, i principi fondamentali, mica bruscolini). Quando lo vedrò giurare, sperando non lo faccia, non potrò pensare ad altro che a una menzogna vivente. Per non dire di peggio.

4 Maggio 2008 Pubblicato da tooby | Politica | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | 1 Commento

Informazione e referendum: necessità e inutilità

Come ben sappiamo, il 25 aprile scorso Beppe Grillo ha lanciato una raccolta firme volta alla proposizione di tre referendum abrogativi, riguardanti tre leggi sull’informazione. Da più parti sono stato accusato di essere un grillino (seguace di Grillo), e i più delle volte queste accuse mi sono state rivolte da cosiddetti Berluscones (ovvero persone che sostanzialmente ritengono Berlusconi un semidio infallibile).

Siccome non sono una foca e credo di possedere almeno una piccola dose di onestà intellettuale, ribadisco che io ho una facoltà di pensiero autonoma e che non seguo come una pecora quel che dice Grillo, Berlusconi, Veltroni e altra gente simile. Io sono l’incubo degli esperti di marketing. Io penso, rifletto, mi informo, mi creo una mia idea. E infatti ritengo che Grillo abbia ragione su certe cose e torto marcio su altre, come è ovvio. Grillo è un comico, e come tutti i comici deve sintetizzare dei concetti, estremizzarli per penetrare a fondo nel cuore del suo spettatore. Grillo è un grande comunicatore, ma in questo modo, se da un lato riesce ad attirare l’attenzione, dall’altro semplicizza enormemente problemi troppo complessi. Una pecca, certo, ma a Grillo va dato di sicuro il merito di portare all’attenzione problemi che altrimenti rimarrebbero sotterrati dai media mainstream.

In particolare, qui desidero spiegare cosa esattamente penso dei referendum di Grillo. Dovendo riassumere la mia posizione in poche parole, direi che sono favorevole per necessità, ma non per convinzione.

Mi spiego meglio: non esistono altri strumenti efficaci quanto un referendum per cambiare una disposizione normativa. Le proposte di legge popolare vengono spesso archiviate: figuriamoci che vengono buttate vie le proposte dei parlamentari, se non hanno il favore del Governo, figurarsi le proposte provenienti da comuni mortali. L’unica alternativa, fuori dal sistema politico, è il referendum. Per questo motivo sono favorevole ai referendum proposti da Grillo, anche se non li condivido pienamente: mi piacerebbe che un’imponente raccolta di firme costringa il Legislatore ad andare avanti con delle necessarie riforme, che altrimenti non ci sarebbero mai. Ho notato con piacere che questa posizione era condivisa da diverse persone ad Annozero, fra le quali, incredibilmente, anche Roberto Natale, presidente della Federazione Nazionale della Stampa Italiana (FNSI). Ecco quindi le mie posizioni a riguardo:

Referendum per l’abolizione dei finanziamenti pubblici ai giornali: CONTRARIO all’abolizione tout court, FAVOREVOLE a una riforma del sistema.

Oggigiorno i finanziamenti pubblici vengono erogati a pioggia sui quotidiani: in particolare, si premiano due componenti, ovvero la quantità di giornali stampati e il fatto di essere un organo di un partito o movimento politico, che può esistere effettivamente o meno. Riguardo il primo punto, mi sembra un incentivo allo spreco: per avere più soldi basta stampare più copie. Queste copie vengono vendute? Di solito no. Riguardo il secondo, mi sembra un insulto il fatto che basti la firma di due parlamentari per avere accesso ai finanziamenti. L’abolizione dei finanziamenti, tuttavia, comporta conseguenze nefaste: ci sono giornali piccoli che si reggono soprattutto sui finanziamenti pubblici. Questa è una delle conseguenze della riforma Gasparri: con tale legge, contrariamente al resto del mondo civile, si permette alla televisione di avere accesso ad immani quantità di pubblicità, a scapito degli altri sistemi. In un Paese normale, la pubblicità televisiva ha un tetto, che in Italia è infinitamente alto, facendo sì che determinate risorse pubblicitarie trovino sfogo sugli altri mezzi di comunicazione di massa, fra i quali i giornali. Per questo motivo, molti giornali non hanno sufficienti ricavi pubblicitari, e finirebbero fuori mercato senza i finanziamenti pubblici: e l’uscita di questi soggetti comporterebbe una drastica riduzione del pluralismo dell’informazione. L’abolizione totale dei finanziamenti pubblici ai giornali, quindi, avrebbe l’effetto contrario di quello voluto da Grillo. A mio avviso, bisogna stabilire che i giornali maggiori non debbano essere finanziati, in particolare quelli che sono quotati in borsa (i giornali del Gruppo Editoriale L’Espresso, quelli RCS e Il Sole 24 Ore, solo per fare un esempio: sono giornali che si reggono benissimo in piedi da soli: oltretutto i soldi che lo Stato eroga finiscono praticamente in mano ai privati sotto forma di dividendi); bisogna inoltre fare in modo che vengano favorite le cooperative e tutte le forme di giornalismo che non operano per profitto, ovviamente sempre entro un tetto massimo; bisogna abolire la correlazione fra finanziamenti pubblici e collegamento politico: essere collegato a un movimento politico (di solito finto) non può essere motivo di finanziamento; infine, bisogna evitare che la quantità di copie stampate determinino la quantità dei finanziamenti, e puntare su altre forme di agevolazioni, quali, ad esempio un intervento sull’IVA.

Referendum per l’abolizione dell’Ordine dei Giornalisti: CONTRARIO all’abolizione tout court, FAVOREVOLE a una riforma.

L’Ordine dei Giornalisti è regolato da una legge del 1963 ed è stato istituito da Benito Mussolini molto tempo prima, allo scopo di controllare i giornalisti. L’Ordine dei Giornalisti è un organo utile quando si tratti di censurare appartenenti all’ordine che si discostino da una norma di deontologia professionale, ma rischia di diventare uno strumento deviato: come si dice, il coltello non può fare del male, può farlo chi lo usa. Innanzitutto, l’iscrizione all’albo deve essere facoltativa, ci si deve iscrivere dopo avere superato un esame serio e l’iscrizione potrebbe servire per avere delle agevolazioni (come gli sconti sui treni, per favorire gli spostamenti). La professione di giornalista non può però essere tanto chiusa da impedire a chiunque di dire la propria: si pensi che i blog aggiornati con periodicità regolare potrebbero essere assimilati ai giornali, e costretti alla chiusura. Tutto questo deve esse tolto di mezzo: eventuali offese a qualcuno o a qualcosa possono essere tranquillamente condannate a posteriori, tramite querela. Ma non si può mettere un bavaglio preventivo a chi dice la verità. In Italia, invece, accade esattamente questo, ovvero che i giornalisti vengono messi in condizione di «o scrivi quello che dico io o non mangi». Sono pochi i giornalisti indipendenti che possono permettersi di dire cose antisistema: il mio preferito è Marco Travaglio, perché è l’esempio di un paradosso. Travaglio, infatti, è un giornalista liberale (quindi di destra, come Montanelli) che però è costretto a scrivere sui giornali di sinistra (addirittura su L’Unità). Inoltre Travaglio correda sempre di fonti quanto dice, è informato (non a caso, Montanelli ha affermato che Travaglio non uccide con il coltello, ma con l’archivio) e non si lascia intimidire: ad esempio, ieri sera Vittorio Sgarbi affermava che Il Giornale (su cui scrive) non riceveva finanziamenti pubblici. Travaglio, senza scomporsi, ribadiva che TUTTI i giornali, compreso Il Giornale, riceveva finanziamenti pubblici. Sgarbi si è incazzato come al solito, e lo ha chiamato «Faccia di tonto». Travaglio non ha perso la calma, e poco dopo Michele Santoro ha precisato che Il Giornale percepisce un milione e seicentomila euro (e Sgarbi ha affermato poco fa di volere querelare Travaglio → come volevasi dimostrare, i giornalisti che dicono la verità vengono portati in tribunale per intimidirli e zittirli, mentre uno come Sgarbi, quando dice falsità, non viene mai toccato). Ma l’Ordine dei Giornalisti deve essere in grado di esprimere una censura nei confronti di persone, iscritte o meno, che fanno informazione in modo regolare, e questo deve avvenire sulla base di un codice etico scritto, a tutela della collettività e del pluralismo.

Referendum per l’abolizione della cd Legge Gasparri: esiste una parola più forte di FAVOREVOLISSIMO?

La legge Gasparri è una legge che va contro tutte le normative, e diciamolo chiaramente per non insultare l’intelligenza, è stata scritta ad uso e consumo di Berlusconi, in barba a tutte le disposizioni costituzionale ed europee. Non esiste una parola per definire il livello che questa legge raggiunge nella scala dell’indecenza. Grazie alla Gasparri (il cui autore viene ritenuto, secondo me a buon diritto, un Berluscones esterno) l’Italia è in mora, questo vuol dire che gli italiani dovranno pagare una “tassa Berlusconi” pari a 3-400mila euro al giorno a partire dall’entrata in vigore della Gasparri, per un totale che il primo Gennaio 2009 arriverà a 3-400 milioni di euro, a meno che la Gasparri non venga abolita. Perché l’ho definita “tassa Berlusconi”? Perché è una tassa che dobbiamo pagare a causa delle aziende di Berlusconi, oltre che a causa di una legge del suo Governo. La Gasparri permette a Rete 4 (di proprietà, ricordiamolo, di Berlusconi) di trasmettere, in barba alle decisioni della Corte Costituzionale e della Corte di Giustizia della Comunità Europea e calpestando, schiacciando, spappolando, smolecolarizzando il diritto di trasmettere che Europa 7 ha regolarmente vinto (e cui noi, con le nostre tasse, dovremo pagare, probabilmente, un’altra, astronomica multa). Inoltre, la Gasparri permette alle televisioni di trasmettere una enorme quantità di pubblicità (e Mediaset ne ha approfittato in tutti modi), andando contro le disposizioni comunitarie, ovvero la direttiva Televisione senza frontiere. Ancora, la Gasparri permette che le televisioni si approprino di una quantità di risorse che in altri Paesi civili finiscono su altri media, a cominciare da radio e giornali, che oggi sono soffocati dalla mancanza di pubblicità. E infine, la Gasparri permetterà, dal 2011, ai concessionari di frequenze radiotelevisive di possedere giornali: finalmente Paolo Berlusconi potrà lasciare il suo ruolo di editore de Il Giornale, e fare in modo che Mediaset, Mondadori e Il Giornale diventino una potenza integrata devastante per l’informazione e soprattutto per il pluralismo.

Per questo motivo, al momento io penso che andrò a firmare (parlo al futuro, perché faccio parte di quell’ala di costituzionalisti che ritiene invalide le firme raccolte il 25 aprile). Queste sono le mie posizioni, che credo siano abbastanza ragionevoli. Per lo meno, io le ho attentamente ponderate. Se la pensate altrimenti, vi invito a commentare per poterne discutere.

2 Maggio 2008 Pubblicato da tooby | Sociale | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Nessun Commento

Inizia lo scempio

Oggi le Camere hanno nuovi Presidenti d’Aula. Si tratta di Gianfranco Fini (Camera) e Renato Schifani (Senato), entrambi del PdL (AN il primo, FI il secondo).

Sorvoliamo su Fini, che rimane un politico sopra la media (la media è di infimo livello, ma Fini riesce a distinguersi per essere meno peggio di molti altri colleghi). Passiamo invece a Schifani.

Renato Schifani è un nome, un perché. Una delle dimostrazioni della verità che in Italia i ruffiani fanno sempre carriera. Questo signore è una delle persone che quotidianamente attacca gli avversari politici, solitamente mentendo in modo spudorato (pardon, volevo dire “presentando la realtà in modo diverso”) e che provvede a correggere il tiro delle sparate che Berlusconi a intervalli regolari provvede ad emettere, affermando che il suo datore di lavoro (pardon, il leader del suo partito) è stato frainteso e correggendo le parole di Berlusconi, dicendo quello che Silvio voleva dire (solitamente, dicendo cose ben diverse dall’interpretazione che un essere umano normale darebbe alle parole emesse dalla bocca del Cavaliere).

Schifani, se da un lato è stato fautore della stabilizzazione del 41-bis (che comunque, per inciso, mi pare pure troppo morbido), dall’altro è stato uno degli autori dell’ignobile legge che rendeva sostanzialmente immuni le cinque più alte cariche dello Stato da qualunque pendenza con la giustizia (all’epoca, tuttavia, l’unica carica dello Stato ad avere pendenze era, guarda caso, il suo datore di lavoro, pardon, volevo dire Berlusconi).

Come mai, dunque, Schifani, con un curriculum simile, pur essendo uno dei più feroci avversari dell’opposizione, è stato eletto ad un incarico delicato e istituzionalmente imparziale, quale la presidenza del Senato (che, per inciso, è il vice del Presidente della Repubblica)? Perché ha preso più voti, d’accordo, ma perché proprio lui?

Noi comuni mortali non possiamo saperlo: possiamo solo ricordare che i presidenti delle Camere hanno una grande autorità sia nei lavori d’aula, sia, soprattutto, nella nomina dei vertici delle Autorità indipendenti (Concorrenza, Comunicazioni, eccetera). Questo rende Schifani l’uomo giusto al posto giusto. Non per gli italiani, certo, ma per Mediaset e le altre lobby è un toccasana. Questo secondo la mia modesta opinione.

Accanto a Schifani (che è un ex DC), altri uomini in carriera sono Fabrizio Cicchitto (ex PSI) e Sandro Bondi (ex PCI), oggi tutti e tre in Forza Italia-PdL. Anch’essi, come Schifani, attaccano ferocemente l’opposizione e correggono il tiro delle sparate di Berlusconi.

Cicchitto, dovendo coordinare Forza Italia, riceverà un incarico da Capogruppo alla Camera, quindi lasciamolo stare. Ma quello che mi preoccupa è Sandro Bondi: Bondi è l’autore di “Una storia italiana”, l’opuscolo che nel 2001 Berlusconi inviò a tutti gli italiani per raccontare in forma epica la sua ascesa. Un immane spreco di carta. Bondi, inoltre, è di casa a Villa San Martino, dove Berlusconi, solitamente, vive (ma non risiede: la sua residenza è infatti a Milano, suppongo presso la casa della sua defunta madre, visto che ha votato in via Scrosati, a due passi da Viale San Gimignano). Bene: si vocifera che Sandro Bondi diventerà ministro della Pubblica Istruzione. Sì, avete capito bene. Tuttavia, anche in questo caso, non riesco a capire per quale motivo questo signore sia fra i papabili. Laureato in filosofia a Pisa, Bondi ha sempre fatto il politico. Che c’azzecca lui con l’Istruzione? Vediamo i suoi predecessori: Fioroni è stato docente universitario, la Moratti è stata assistente universitario, De Mauro è un monumento vivente alla didattica, Berlinguer è ancora un docente. Bisogna tornare ai tempi del Governo Dini (1995-96) per trovare qualcuno in quella posizione e che non c’azzecca nulla (Lombardi, imprenditore). Quindi Bondi che c’entra?

Mi preme, all’uopo, osservare che il collegio “Consiglio dei Ministri” ha rilevanti poteri esecutivi e di indirizzo politico, oltre che di controllo sull’attività dei singoli minsitri. Ogni ministro ha diritto al voto. Fra i ministri, molti saranno della Lega, la quale è comunque un elemento destabilizzante della coalizione. Mettere un contrappeso di voti a comando, quale quello di Bondi, per esempio, può risultare vincente affinché il CdM riesca ad imprimere la giusta spinta all’indirizzo politico, il cui garante e coordinatore è il Presidente del Consiglio (probabilmente Berlusconi). Questa mi sembra, dunque, l’unica spiegazione coerente per capire per quale motivo Bondi potrebbe occupare tale carica.

Termino la mia disamina con Giulio Tremonti, probabile prossimo ministro dell’Economia. Io sono solo uno studente della materia, ma mi sembra che anche lui quel posto non dovrebbe occuparlo, in particolare per i danni che ha combinato nel precedente mandato. La nazionalizzazione di Alitalia paventata da Berlusconi (sarà questa la cordata italiana, nel senso che sarano gli italiani a pagare tutto questo scempio? E poi, dovrebbe comprarla le Ferrovie dello Stato, altra azienda statale pesantemente indebitata?) è al 99% una proposta di Tremonti, che di recente aveva difeso le nazionalizzazioni (prima che lo chiediate, sì, i partner europei cercheranno di buttarci fuori dalla UE, così affonderemo definitivamente).

La mia impressione, quindi, in questi primissimi giorni di legislatura, è che si stia creando già un sistema orientato al volere del padrone (ovvero Berlusconi). Uomini sbagliati nei posti sbagliati, almeno per la maggioranza degli italiani (siano essi sostenitori della destra o della sinistra-quasi-al-centro).

Ad onor del vero, una spiegazione alternativa c’è: che il centrodestra non abbia uomini come Fini, ovvero politici con un certo grado di decenza e competenza. Ma sinceramente non so quale delle due scelte sia più confortante.

30 Aprile 2008 Pubblicato da tooby | Politica | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Nessun Commento